La sostenibilità ambientale come strumento per l’inclusione e contro la dispersione scolastica: al via “SMART 2060”

Nel mese di ottobre è ufficialmente iniziato “SMART 2060 – Studenti, Migranti, Ambiente, Relazioni, Territori”, un progetto di educazione alla cittadinanza globale che vuole sensibilizzare i giovani sulla sostenibilità ambientale rendendolo uno strumento per contrastare l’abbandono scolastico e favorire l’inclusione dei migranti.

Questi due obiettivi verranno perseguiti attraverso azioni mirate volte a stimolare l’interesse, l’impegno e la partecipazione attiva degli studenti. Inoltre, si punterà a valorizzare le esperienze dei migranti per renderli protagonisti dell’azione educativa.

Il progetto, che coinvolgerà circa 1200 studenti e studentesse delle scuole secondarie di primo e secondo grado di Roma, Catanzaro e Catania provenienti da quartieri con un tasso di abbandono scolastico superiore alla media nazionale, si fonda su tre pilastri:

1. L’educazione, quale strumento di supporto all’inclusione e contrasto dell’abbandono scolastico. Educazione dei docenti – sui temi dell’Agenda 2030 relativi all’ambiente e cambiamenti climatici -, dei migranti e degli studenti. Questi ultimi parteciperanno anche a laboratori che saranno svolti proprio dai migranti.

2. Partecipazione, di studenti e migranti, attraverso azioni di coinvolgimento attivo affinché essi diventino protagonisti del proprio percorso di crescita e contribuiscano allo sviluppo sostenibile della comunità. Una Piattaforma web coinvolgerà le classi nello svolgimento di “Eco-incarichi” che risponderanno all’esigenza di apprendimento teorico e pratico.

3. Innovazione. Il progetto propone un percorso immersivo e sensoriale che simula un viaggio “irregolare” verso il Nord Europa. Un gioco teatrale in cui gli studenti – protagonisti – vivranno sulla propria pelle le conseguenze del cambiamento climatico. Dovranno abbandonare il proprio paese e al termine, con l’aiuto di migranti-facilitatori, condivideranno le emozioni vissute riflettendo su quanto appreso.

Il progetto “SMART 2060 – Studenti, Migranti, Ambiente, Relazioni, Territori” è sostenuto dal Fondo di Beneficenza di Intesa Sanpaolo e realizzato dal VIS in collaborazione con il CIES Onlus, l’associazione Don Bosco 2000 e il CESRAM.

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Hai mai sentito parlare dello zifio?

Nel vasto mondo dei cetacei, dominato dalle maestose balene e dai giocosi delfini, esiste una creatura tanto elusiva quanto affascinante: lo zifio. Questo animale marino, noto anche con il nome scientifico Ziphius cavirostris, appartiene alla famiglia degli Zifidi (Ziphiidae), un gruppo di odontoceti — cioè cetacei dotati di denti — poco conosciuti ma straordinariamente specializzati. Se non ne hai mai sentito parlare, non sei il solo: lo zifio è uno degli animali meno osservati in natura, tanto che viene spesso definito il “fantasma degli abissi”.

Lo zifio ha un aspetto inconfondibile: corpo fusiforme, una piccola pinna dorsale posta molto indietro sul dorso e una colorazione che varia dal grigio al marrone con macchie bianche che aumentano con l’età. Gli adulti possono raggiungere i 6metri di lunghezza e pesare oltre 2,5 tonnellate. Ma ciò che davvero distingue lo zifio è la sua capacità di immersione estrema.

Questi cetacei sono campioni di apnea: si immergono regolarmente fino a profondità di 1.000-2.000 metri per nutrirsi, principalmente di calamari. Il record documentato per un’immersione di zifio è  di 3.048 metri di profondità. Un’impresa straordinaria, resa possibile da adattamenti fisiologici unici, come un’elevata concentrazione di mioglobina nei muscoli e la capacità di rallentare il battito cardiaco per risparmiare ossigeno.

Ziphius cavirostris ha una distribuzione cosmopolita, presente in tutti gli oceani e nei mari temperati e tropicali del pianeta. In Mediterraneo, lo zifio è presente lungo le scarpate continentali, come nel Mar Ligure, nel Canale di Sicilia e nel Mar Ionio, aree ricche di canyon sottomarini che offrono l’habitat ideale. La difficoltà nell’osservarlo ha reso difficile anche stimarne la popolazione. Tuttavia, alcuni studi suggeriscono che esistano popolazioni residenti, almeno in alcune aree del Mediterraneo, un dato importante per la conservazione della specie.

Come molti altri cetacei profondi, lo zifio è particolarmente sensibile all’inquinamento acustico. L’uso di sonar militari a media frequenza e le prospezioni sismiche per la ricerca di idrocarburi sono stati associati a spiaggiamenti di massa, durante i quali interi gruppi di zifi sono stati trovati morti lungo le coste. Si ritiene che i suoni ad alta intensità possano disorientare questi animali, inducendoli a risalire troppo velocemente, con effetti simili a quelli della “malattia da decompressione” negli esseri umani.

Nonostante gli sforzi della scienza, molte domande restano aperte: come si riproduce lo zifio? Qual è la struttura sociale dei suoi gruppi? Quanto vive realmente? La sua natura riservata rende difficile ottenere risposte, ma è anche ciò che alimenta il fascino verso questa creatura misteriosa.

Una curiosità? A differenza della maggior parte dei cetacei dentati, solo i maschi adulti hanno denti visibili, e ne hanno appena due! Questi denti, a forma di zanna e posizionati sulla mascella inferiore, sembrano avere un ruolo nelle interazioni sociali e nei combattimenti tra maschi.

Lo zifio è un esempio perfetto di quanto poco conosciamo ancora degli oceani. È un animale schivo, profondo, antico, che sfida i nostri preconcetti sulla vita marina. Proteggerlo significa anche riconoscere il valore di ciò che non vediamo ogni giorno, ma che ha un ruolo fondamentale nell’equilibrio degli ecosistemi oceanici.

Dott.ssa Maria Grandinetti
Biologa

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Come lavora un biologo marino: il dietro le quinte di chi studia il mare

Quando pensiamo al mare, ci vengono in mente immagini di spiagge cristalline, delfini che saltano tra le onde o distese di coralli colorati. Ma c’è un mondo nascosto dietro queste meraviglie, fatto di osservazione, studio e tutela: è il mondo dei biologi marini, professionisti che ogni giorno si dedicano a comprendere e proteggere la vita negli oceani. Ma chi sono davvero? Come si diventa biologo marino e cosa comporta questo lavoro? Fare il biologo marino non significa solo nuotare tra i pesci tropicali o viaggiare su navi da ricerca. Significa affrontare sfide complesse: raccogliere dati in condizioni a volte difficili, analizzare campioni in laboratorio, contribuire a scoperte scientifiche e, non meno importante, comunicare al pubblico l’importanza di proteggere gli ecosistemi marini. La biologia marina è una scienza che richiede metodo, pazienza e una forte motivazione. Ogni giorno i biologi marini studiano la vita in mare: dalla più microscopica cellula del plancton, agli enormi cetacei che migrano attraverso gli oceani.
Non esiste un solo percorso, ma diversi possibili itinerari accademici. In Italia, solitamente il cammino inizia con una laurea triennale in Scienze Biologiche, Scienze Naturali o Scienze Ambientali.
A seguire, è possibile scegliere una laurea magistrale in Biologia Marina, Ecologia Marina o Scienze del Mare. Alcuni atenei offrono percorsi specifici che integrano discipline come l’oceanografia, la zoologia, la botanica marina o la gestione della biodiversità. Per chi desidera approfondire ancora, è possibile proseguire con un dottorato di ricerca o con corsi di specializzazione che includano strumenti tecnologici avanzati come la genetica ambientale. Dipende dalla specializzazione e dal contesto lavorativo. Le opportunità sono più ampie di quanto si pensi:

  • Ricerca scientifica: molti biologi marini lavorano in università o enti di ricerca. Studiano popolazioni animali, analizzano cambiamenti climatici, mappano fondali marini o monitorano specie a rischio.
  • Conservazione e tutela ambientale: si può lavorare con ONG, enti pubblici o parchi marini per proteggere habitat vulnerabili, organizzare campagne di sensibilizzazione o realizzare piani di gestione delle risorse ittiche.
  • Acquari e musei scientifici: qui i biologi si occupano della cura degli animali, dell’allestimento educativo delle mostre e della formazione del pubblico.
  • Educazione ambientale: attraverso laboratori, visite guidate, materiali didattici e progetti scolastici, il biologo marino può diventare un punto di riferimento per la divulgazione scientifica.
  • Consulenze per aziende o enti pubblici: in ambito marino, molte aziende richiedono valutazioni d’impatto ambientale o studi sulla qualità delle acque.
  • Giornalismo scientifico e comunicazione: con competenze trasversali, alcuni biologi si dedicano a raccontare il mare attraverso libri, articoli, video o canali social.

Essere biologo marino significa spesso lavorare in equilibrio tra la tecnologia e la natura, tra il microscopio e il batiscafo, tra il laboratorio e le onde. Ma soprattutto significa sentire ogni giorno la responsabilità di proteggere uno dei beni più preziosi del nostro pianeta: il mare.

Oggi più che mai, il lavoro del biologo marino non si limita alla raccolta di dati o alla scoperta di nuove specie. In un mondo in cui l’oceano è sotto pressione – tra inquinamento, pesca intensiva, cambiamenti climatici e perdita di biodiversità – questi professionisti sono anche sentinelle del mare. Essere biologo marino significa assumersi una responsabilità etica e sociale: dare voce a ecosistemi che non possono parlare, proteggere ciò che non si vede, raccontare storie di equilibrio e fragilità con un linguaggio comprensibile a tutti.

È un ruolo che richiede rigore scientifico, ma anche empatia e capacità di dialogo con istituzioni, comunità locali e cittadini. Per chi sogna un futuro blu, fatto di ricerca, meraviglia e impegno, la biologia marina dunque è più di una carriera: è una scelta di vita.

Dott.ssa Maria Grandinetti
Biologa

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Il CESRAM alla University Maritime Platform Conference 2025: ricerca, innovazione e collaborazione per la sostenibilità marina

Dal 7 al 9 maggio 2025 il CESRAM ha partecipato con entusiasmo alla University Maritime Platform Conference 2025 dal titolo “Innovation in Marine & Maritime Sustainable Developments: Research and Applications”, svoltasi presso l’Università di Malta. L’evento ha rappresentato un’importante occasione di confronto internazionale tra enti di ricerca, università, istituzioni e imprese impegnate nello studio e nella salvaguardia dell’ambiente marino e marittimo.

Un evento di rilevanza internazionale

La conferenza ha riunito esperti provenienti da tutto il mondo, affrontando temi cruciali per il futuro dei nostri mari: sostenibilità ambientale, digitalizzazione dei processi marittimi, cambiamento climatico, biodiversità marina e innovazione tecnologica applicata al settore. In questo contesto, la partecipazione del CESRAM si è inserita nel quadro di una sempre più forte sinergia tra ricerca scientifica e applicazioni pratiche a beneficio delle comunità costiere e dell’ambiente marino.

I contributi scientifici del CESRAM

Nel corso dell’evento, il CESRAM ha presentato una serie di poster scientifici, frutto di una proficua collaborazione con partner nazionali e internazionali, tra cui TEA Engineering Srl e l’Università di Malta. I poster hanno illustrato progetti di ricerca innovativi e multidisciplinari, nello specifico:

  • An innovative educational and environmental project toward improving societal governance through knowledge sharing with youths
  • Cetaceans and marine macro-litter in Calabrian Ionian Sea (Central Eastern Mediterranean): Applying conservation research
  • A preliminary study to enhance predictive modelling of cetacean-habitat
  • Educational monitoring in Calabrian Ionian Sea (Central Eastern Mediterranean): Citizen science in maritime traffic assessments
  • Interactive virtual technology applied to represent the future effects of climate change in the Gulf of Squillace, Calabrian Ionian Sea (Central Eastern Mediterranean)
  • First assessments on marine geomorphology and biocolonization through the study and survey of some wrecks sunk along the Albanian coast

Un sentito ringraziamento va a tutti gli organizzatori e in particolare alla Prof.ssa Adriana Vella dell’Università di Malta per la sua instancabile dedizione, professionalità e passione, che hanno reso possibile una conferenza di grande impatto, creando un contesto ricco di stimoli e di opportunità di confronto.

Uno sguardo al futuro

La partecipazione alla UMP Conference 2025 ha rappresentato per il CESRAM un momento di altissima formazione e anche l’occasione per rafforzare collaborazioni internazionali e avviare nuove sinergie, orientate alla ricerca applicata e alla formazione interdisciplinare.

Il nostro impegno per la tutela dell’ambiente marino e lo sviluppo sostenibile del territorio continua con passione e determinazione.

Dott.ssa Maria Assunta Menniti
Biologa

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Come si sono evoluti i cetacei: dalla terra ferma all’acqua

Siamo nel cuore dell’Eocene, circa 50 milioni di anni fa. La Terra è calda, umida, le foreste tropicali si estendono rigogliose fin quasi ai Poli e i mammiferi iniziano a prendere il posto dei grandi rettili. In questo scenario, districandosi tra le foreste di mangrovie delle lussureggianti aree fluviali dell’Asia meridionale, è possibile incontrare un piccolo quadrupede con arti robusti, cranio allungato e denti aguzzi: il Pakicetus, quello che noi oggi riconosciamo come il primo cetaceo mai esistito sul nostro pianeta.

Domandarsi come un piccolo mammifero terrestre, non più grande di un lupo, possa essere l’antenato diretto di alcuni tra gli animali marini più imponenti mai apparsi sul nostro pianeta, apre le porte a una delle storie evolutive più affascinanti del regno animale.
La storia del Pakicetus è, in un certo senso, un ritorno alle origini: un ritorno all’acqua dove tutto è iniziato. La forte pressione ecologica, la competizione con altre specie e la sua già evidente affinità con l’ambiente acquatico (trattandosi di un cacciatore fluviale) spinsero questo animale a rifugiarsi in acqua dove trovò cibo in abbondanza e riparo. Con il tempo, da quello che era un mammifero terrestre, si arrivò a un esemplare più adatto alla vita acquatica che alla terra ferma.
La selezione naturale premiò via via quei tratti anfibi che miglioravano l’efficienza nel nuoto e la permanenza in acqua. Gli arti posteriori iniziarono a ridursi, mentre la coda divenne il principale strumento di propulsione. Il corpo si allungò, diventando più idrodinamico. Parallelamente, l’udito si adattò all’ambiente acquatico, con modifiche nel cranio e nella struttura dell’orecchio interno, mentre le narici si spostarono progressivamente verso la sommità del capo, evolvendosi nello sfiatatoio.

Il vero punto di svolta avvenne intorno a 40 milioni di anni fa con la comparsa dei primi cetacei completamente acquatici, come Basilosaurus e Dorudon, più simili a pesci che a un qualsiasi altro mammifero. Le narici si erano ormai evolute per rendere più agevole la respirazione in superficie. Le zampe anteriori, invece, erano diventate vere e proprie pinne, mantenendo però al loro interno una struttura ossea che rimandava (e rimanda tuttora nei cetacei odierni) alla zampa di un mammifero terrestre.

Fu solo circa 25 milioni di anni fa, tuttavia, che l’evoluzione dei cetacei prese due strade distinte: da un lato gli odontoceti, cetacei dotati di denti, come delfini e capodogli; dall’altro i misticeti, che svilupparono fanoni per filtrare plancton e piccoli organismi, come le grandi balene.
Fu proprio da questo evento che iniziarono a “prendere forma” i mammiferi che oggi conosciamo.
Ma l’evoluzione non si è fermata. Anche oggi, i cetacei devono affrontare nuove sfide: cambiamenti climatici, inquinamento degli oceani e riduzione delle prede stanno trasformando gli ecosistemi marini e, in un ambiente in costante mutamento, adattarsi resta l’unica chiave per sopravvivere.

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Ecoturismo: viaggiare rispettando il pianeta

Durante le escursioni, non è raro assistere a comportamenti scorretti da parte dei turisti, spesso inconsapevoli. Gesti che possono sembrare innocui – come avvicinarsi troppo agli animali per scattare la foto “perfetta” o cercare un contatto diretto – possono in realtà causare gravi conseguenze alla fauna selvatica provocando stress e alterandone i comportamenti, mettendo a rischio la loro salute e, in alcuni casi, la sopravvivenza.

È proprio da questa consapevolezza e dall’esigenza di regolamentare un flusso potenzialmente distruttivo che nasce il concetto di ecoturismo, un modo nuovo di viaggiare che mette al centro il rispetto per la natura, le culture locali e la biodiversità. Il concetto di “viaggio turistico”, nel senso moderno del termine, ha radici molto antiche. Emerge durante l’Età del Grand Tour, tra il XVII e il XVIII secolo, quando giovani nobili e borghesi intraprendevano lunghi viaggi attraverso l’Europa per vivere un’esperienza educativa finalizzata allo scambio culturale, all’integrazione e alla formazione. Oggi, il termine “viaggio” si fregia delle più svariate sfumature senza tradire quella sua accezione ancestrale di esperienze culturali ed emozionali. Allo stesso tempo, però, è impossibile non prendere atto di ciò che comporta la soddisfazione di questo vezzo, la cui impronta si misura in emissioni, rifiuti e, purtroppo, sofferenza animale. Negli ultimi anni, il turismo di massa ha iniziato a diffondersi anche nelle destinazioni naturalistiche, portando con sé le stesse criticità che da tempo affliggono le mete urbane. Se da un lato ciò sta ad indicare un nuovo, o comunque crescente, interesse per l’ambiente, dall’altro rischia di compromettere proprio ciò che si cerca di valorizzare.

Quello che oggi chiamiamo “turismo responsabile” nasce proprio dall’intento di costruire un ponte tra il desiderio di scoprire la natura incontaminata e la necessità di mantenerla tale. Optare per l’ecoturismo significa vivere esperienze autentiche e profonde: non si tratta solo di osservare ma di sentirsi parte di qualcosa di più grande, prendendo coscienza del nostro ruolo nel proteggere (o danneggiare) ciò che ci circonda. Il CESRAM da anni promuove un modello di ecoturismo autentico e rispettoso, offrendo alla cittadinanza esperienze di avvistamento dei cetacei nel loro habitat naturale.

Le uscite in mare diventano vere e proprie attività formative pensate per informare, coinvolgere e sensibilizzare. Seguendo un rigoroso codice di condotta, il CESRAM dimostra come sia possibile osservare la fauna marina senza invaderla, in modo etico e consapevole. Attraverso queste attività, il centro svolge un’importante funzione educativa: informazione e sensibilizzazione sono, infatti, i mezzi più efficaci per aiutare a preservare la biodiversità marina. L’obiettivo è quello di alimentare nella collettività un senso di consapevolezza, affinché sempre più persone comprendano il valore della conservazione e gli effetti delle azioni sconsiderate dell’uomo sulla vita della flora e fauna marina.

Dott. Fortunato Malta
Biotecnologo

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Come le attività umane minacciano i giganti del mare

Secondo Esiodo, Oceano fu un Titano dall’inesauribile potenza generatrice. Dopo aver dato vita a tutto e chiunque, continuò a scorrere entro i margini della Terra, rifluendo in sé stesso in un moto perpetuo. Al tempo, che il figlio del Cielo e della Terra potesse essere messo in ginocchio dalla natura umana non era di certo concepibile. Eppure, oggi, questo è quanto si racconterebbe.

Da quando si è imposto come “dominatore” del pianeta, non esiste ecosistema che non abbia subìto l’impatto dell’Homo sapiens.

Quella che dovrebbe essere una logica simbiosi tra essere umano e natura, vede quest’ultima pagarne le conseguenze. Il drammatico resoconto non risparmia gli oceani e i suoi abitanti. Secondo il WWF e la Commissione Internazionale per la Caccia alle Balene (IWC), almeno 300.000 cetacei vengono uccisi accidentalmente ogni anno durante le attività di pesca, a cui si aggiungono le oltre 100.000 uccisioni volontarie per il consumo umano.

La mortalità diretta di questi animali dovuta alla pesca, alle collisioni con le imbarcazioni o ancora alla presenza delle cosiddette “reti fantasma”, che intrappolano spesso mortalmente questi esemplari, rappresenta soltanto la punta dell’iceberg.

La Rivoluzione Industriale ha segnato un cambiamento epocale e l’inizio di una serie di eventi le cui conseguenze, forse, sono emerse troppo tardi. Le acque marine sono sempre più inquinate da microplastiche, metalli pesanti e sostanze chimiche tossiche che si accumulano nella catena alimentare con al vertice proprio i cetacei, provocando danni al sistema immunitario e disturbi ormonali. Questo inquinamento, dunque, diventa la causa dell’aumento della mortalità per malattie e della drastica diminuzione della capacità riproduttiva di questi animali: secondo uno studio pubblicato nel 2018, i livelli di alcune sostanze tossiche nei cetacei del Nord Atlantico potrebbero ridurre le nascite del 50% (Desforges et al., 2018).

L’effetto domino innescato dall’irresponsabile attività antropica, tuttavia, non si esaurisce con la cattura dei grandi cetacei e l’avvelenamento delle acque. Nel mondo sommerso, il suono rappresenta un fattore di vitale importanza per questi mammiferi, essendo alla base della comunicazione, dell’orientamento e della predazione. Tuttavia, i sonar militari, l’esplorazione petrolifera e il traffico navale creano un vero e proprio rumore di fondo, rendendo gli oceani sempre più caotici. Questi suoni mascherano i richiami tra individui, ostacolandone la comunicazione e la navigazione. L’inquinamento acustico, a seconda dell’intensità e della durata dell’esposizione, può indurre risposte fisiologiche e comportamentali di stress, interferire con i meccanismi di ecolocalizzazione e comunicazione, ridurre l’efficienza nella ricerca del cibo e, in casi estremi, causare episodi di spiaggiamento.

Ecco perché, anche se i dati sulle morti dirette sono già allarmanti, il vero impatto delle attività umane sulle popolazioni di cetacei è ancora più grave e profondo: molte specie oggi sopravvivono in uno stato di “stress ecologico cronico” che ne compromette la sopravvivenza e la capacità di ripresa.

Dott. Fortunato Malta
Biotecnologo

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Il CESRAM al Festival Pensa Tu 2025

Dal 10 al 12 aprile, la città di Vibo Valentia ha ospitato Pensa Tu – Festival della Scienza e della Curiosità, una manifestazione dedicata alla divulgazione scientifica e al dialogo tra scienza e comunità, un’esperienza collettiva all’insegna della conoscenza. Anche quest’anno il CESRAM ha portato al festival la voce del Mar Ionio attraverso il racconto della sua ricerca.

La partecipazione al festival ha rappresentato per l’ente un’importante occasione per raccontare al pubblico le meraviglie del proprio territorio e della biodiversità marina che popola le acque calabresi. Nel corso delle giornate, i visitatori dello stand del CESRAM hanno potuto ascoltare le registrazioni dei vocalizzi dei cetacei che abitano il Mar Ionio: una vera e propria immersione sonora nel mondo sottomarino.

L’ascolto dei suoni emessi da delfini, balene e capodogli ha suscitato grande interesse e partecipazione, soprattutto tra i più giovani. L’esperienza sensoriale è stata accompagnata da spiegazioni volte a far comprendere l’importanza di questi segnali acustici, sia per la comunicazione tra individui della stessa specie sia come strumento di orientamento e caccia.

Uno dei momenti più significativi della partecipazione del CESRAM al Festival si è svolto sabato 12 aprile, quando la presidentessa, la dott.ssa Maria Assunta Menniti, ha tenuto un talk dedicato ai cetacei del Golfo di Squillace, nel cuore della costa ionica calabrese. L’intervento ha offerto uno spaccato sulla presenza stabile di diverse specie di cetacei – tra cui stenelle striate, tursiopi e grampi – nelle acque antistanti la Calabria.

La dott.ssa Menniti ha posto l’accento su due aspetti fondamentali: l’importanza ecologica dei cetacei come predatori apicali in grado di regolare l’equilibrio dell’ecosistema marino, e il ruolo cruciale della ricerca scientifica nel monitorare la loro salute e individuare tempestivamente eventuali minacce, spesso legate alle attività umane. Tra queste, l’inquinamento acustico, le collisioni con imbarcazioni e la perdita di habitat sono fattori che mettono a rischio la sopravvivenza di queste specie nel Mediterraneo.

Attraverso dati, immagini e testimonianze raccolte sul campo, il talk ha inteso rafforzare la consapevolezza del pubblico rispetto alla ricchezza naturalistica del proprio territorio e al dovere collettivo di proteggerla. L’obiettivo è quello di promuovere una cultura della tutela ambientale che parta dal coinvolgimento diretto delle comunità locali, chiamate a riconoscersi come custodi del mare che le circonda.

La presenza del CESRAM al Festival Pensa Tu 2025 ha dunque rappresentato una testimonianza concreta del legame tra ricerca, territorio e cittadinanza attiva. Il centro, da sempre impegnato nella salvaguardia dell’ambiente marino e nella promozione della conoscenza scientifica, considera eventi come questo parte integrante della propria missione: portare la scienza fuori dai laboratori e condividerla con la società, affinché diventi patrimonio comune.

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I cetacei dello Ionio

I cetacei popolano tutti i mari del pianeta, distinguendosi tra loro per abitudini, strategie di sopravvivenza e complesse strutture sociali; da ormai quindici anni, il CESRAM svolge un ruolo centrale nel monitoraggio e nella tutela di questi animali. Le sue attività di ricerca sono fondamentali per comprendere la distribuzione, il comportamento e lo stato di salute delle popolazioni presenti nel Mar Ionio e, allo stesso tempo, consentono di valutare l’impatto delle attività antropiche fornendo un contributo essenziale per la salvaguardia di queste specie.

Ma quali sono i cetacei che popolano queste acque? Delle oltre 80 specie ad oggi conosciute, gli avvistamenti effettuati nel corso degli anni hanno permesso di identificarne alcune che trovano nel Mar Ionio calabrese un ambiente particolarmente favorevole.

Con i suoi 169 mila chilometri quadrati di superficie, il Mar Ionio è secondo solo al Tirreno per estensione, ma primo per profondità, raggiungendo una massima di 5.270 metri al largo della Grecia.

L’eterogenea geomorfologia, unita al posizionamento geografico che lo pone come punto di incontro tra le fredde correnti atlantiche e le calde acque del Canale di Suez, rende questo mare un hotspot ideale per alcuni di questi mammiferi.

In particolare, delle otto specie che sono regolarmente avvistate nel Mediterraneo, sono tre quelle abitualmente osservate dal CESRAM durante le spedizioni di ricerca sulla megafauna ionica: la stenella striata, il tursiope e il grampo.

La stenella striata (Stenella coeruleoalba) è il cetaceo più abbondante nel Mediterraneo e primo per numero di avvistamenti, riconoscibile per il corpo affusolato, il dorso grigio scuro e le caratteristiche strisce lungo i fianchi. Può raggiungere i 2 metri di lunghezza e 120 kg di peso, vivendo principalmente in acque pelagiche profonde. Si nutre di pesci semi-abissali, cefalopodi (con una predilezione per i totani) e crostacei planctonici.

La stenella striata si sposta in gruppi che possono contare da 30 a oltre 100 individui e come molti altri delfinidi, comunica tramite click e fischi e utilizza l’ecolocazione per orientarsi e cacciare.

Le stenelle sono note per il loro carattere giocoso e socievole: spesso si avvicinano alle imbarcazioni per cavalcare le onde di prua compiendo spettacolari salti.

Il tursiope (Tursiops truncatus), secondo solo alla stenella per frequenza di avvistamenti, è il delfino più grande del Mediterraneo, raggiungendo i 3 metri di lunghezza e i 180 kg di peso. Ha un corpo robusto, una colorazione grigia uniforme e un rostro (muso) corto e tozzo. Nel Mediterraneo si trova prevalentemente in acque costiere, ma può spingersi anche in mare aperto, tendenzialmente per cacciare. Questo esemplare, infatti, è estremamente adattabile e può essere avvistato sia in acque poco profonde, incluse lagune ed estuari, sia in aree pelagiche, caratteristica che ne determina la distinzione tra ecotipo costiero e, appunto, pelagico.
Specie agile e veloce (può nuotare raggiungendo i 40 km/h), è un predatore la cui dieta varia da pesci a cefalopodi e crostacei.

Ogni individuo possiede un “fischio firma”, un suono distintivo usato per il riconoscimento individuale e la comunicazione all’interno del pod.

Grazie all’influenza dei media nella cultura popolare e il fatto che sia tra le specie più comuni nei parchi acquatici, è diventato il “delfino” per antonomasia.

Il grampo (Grampus griseus) è un delfino facilmente riconoscibile grazie alla sua testa tondeggiante e priva di rostro, alla pinna dorsale alta e arcuata, e al corpo solcato da numerose cicatrici bianche, dovute tendenzialmente alle interazioni sociali con i suoi simili. Sebbene nasca con una colorazione scura, col passare del tempo la pelle dell’animale tende a schiarirsi, facendo sì che gli esemplari più anziani appaiano quasi completamente bianchi. Può raggiungere i 4 metri di lunghezza e i 600 kg di peso.

Nonostante sia una specie pelagica, non è raro avvistarlo anche vicino alla costa, dove di solito si sposta in piccoli pod di 5-10 individui, anche se talvolta possono formarsi aggregazioni molto più ampie composte da centinaia di esemplari.

Il grampo comunica attraverso click e brevi fischi, utilizzati sia per l’ecolocazione che per la comunicazione sociale. È anche noto per alcuni comportamenti curiosi, comuni anche ad altri cetacei, come lo “spyhopping”, durante il quale emerge dall’acqua per osservare l’ambiente circostante, e il “tail slapping”, in cui colpisce la superficie del mare con la coda.

Nonostante queste tre specie siano le più frequentemente avvistate al largo delle coste ioniche, il Mediterraneo ospita una cetofauna ancora più ricca e variegata. Dai delfini comuni, la cui popolazione è drasticamente diminuita negli ultimi decenni a causa dell’impatto delle attività umane, ai maestosi capodogli, le cui rotte si snodano attraverso le profondità dello Ionio. A completare questo scenario vi sono zifi, globicefali e balenottere comuni, testimoni di un magnifico patrimonio faunistico da custodire e proteggere.

Dott. Fortunato Malta
Biotecnologo

 

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Il Tursiope nel Mediterraneo: un’unica specie, diversi habitat?

Uno studio, coordinato dalla Fondazione Acquario di Genova ONLUS e realizzato in collaborazione con diversi gruppi di ricerca, tra cui il CESRAM, ha esaminato la distribuzione dei tursiopi nel Mediterraneo. I risultati ottenuti evidenziano una netta prevalenza di tursiopi costieri, senza prove di coesistenza con l’ecotipo pelagico.

Dalla Nuova Scozia alla Patagonia, dal Nord del Giappone alle coste australiane, il tursiope comune (Tursiops truncatus) è uno dei cetacei più diffusi al mondo. La vasta occupazione territoriale del tursiope è sicuramente da attribuire alla sua straordinaria capacità di adattamento che gli ha permesso di colonizzare nel tempo diversi habitat, dalle più basse acque costiere agli oceani più profondi, a eccezione delle gelide regioni polari. La preferenza ambientale, in concomitanza a specifiche caratteristiche genetiche, è comunemente utilizzata come criterio per distinguere due gruppi di tursiopi, definiti “ecotipi”: quello costiero, che predilige acque poco profonde, e quello pelagico, che vive in mare aperto con profondità superiori ai 200 metri.

Nel Mar Mediterraneo, la sua massiccia presenza ha reso questo mammifero secondo solo alla stenella (Stenella coeruleoalba) per numero di avvistamenti. Poiché la sua presenza è stata quasi sempre registrata entro profondità relativamente basse, i tursiopi del Mediterraneo vengono tendenzialmente identificati come appartenenti all’ecotipo costiero. Tuttavia, nel 2015, uno studio ha dimostrato che alcuni esemplari spiaggiati lungo le coste mediterranee presentavano tracce di DNA simili a quelle dell’ecotipo pelagico, suggerendo la possibile coesistenza dei due gruppi.

Per comprendere le abitudini della specie e verificare l’effettiva presenza dell’ecotipo pelagico anche nei nostri mari, il CESRAM, in collaborazione con altri 42 gruppi ed enti di ricerca internazionali, ha partecipato alla raccolta dati di avvistamenti di tursiopi coprendo una vasta area del bacino per un periodo di 15 anni. La ricerca, la più estesa mai condotta sulla popolazione mediterranea dei tursiopi, ha analizzato dati provenienti da avvistamenti e foto-identificazioni. I risultati ottenuti indicano una netta preferenza di questi mammiferi per le acque costiere, nonostante alcuni avvistamenti sporadici in mare aperto. In particolare, i dati evidenziano che soltanto quattro individui su migliaia di esemplari sono stati avvistati esclusivamente in acque pelagiche, tutti nel Mar di Alborán, tra la Spagna e il Marocco. È possibile che questo comportamento dipenda in parte dall’adattamento dei tursiopi nel tempo allo sfruttamento delle risorse locali, dalle reti da imbrocco e da traino alle gabbie di acquacoltura, portando a una sorta di “evoluzione culturale” come conseguenza delle attività umane.

Questi risultati suggeriscono che i tursiopi che popolano il Mediterraneo siano principalmente costieri, escludendo la coesistenza dei due ecotipi. La presenza di DNA pelagico negli esemplari spiaggiati potrebbe essere attribuita a una passata colonizzazione del bacino da parte dei tursiopi atlantici, i quali avrebbero conservato i tratti genetici originali pur adattandosi al nuovo ambiente.

Dott. Fortunato Malta
Biotecnologo

 

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