Come lavora un biologo marino: il dietro le quinte di chi studia il mare

Quando pensiamo al mare, ci vengono in mente immagini di spiagge cristalline, delfini che saltano tra le onde o distese di coralli colorati. Ma c’è un mondo nascosto dietro queste meraviglie, fatto di osservazione, studio e tutela: è il mondo dei biologi marini, professionisti che ogni giorno si dedicano a comprendere e proteggere la vita negli oceani. Ma chi sono davvero? Come si diventa biologo marino e cosa comporta questo lavoro? Fare il biologo marino non significa solo nuotare tra i pesci tropicali o viaggiare su navi da ricerca. Significa affrontare sfide complesse: raccogliere dati in condizioni a volte difficili, analizzare campioni in laboratorio, contribuire a scoperte scientifiche e, non meno importante, comunicare al pubblico l’importanza di proteggere gli ecosistemi marini. La biologia marina è una scienza che richiede metodo, pazienza e una forte motivazione. Ogni giorno i biologi marini studiano la vita in mare: dalla più microscopica cellula del plancton, agli enormi cetacei che migrano attraverso gli oceani.
Non esiste un solo percorso, ma diversi possibili itinerari accademici. In Italia, solitamente il cammino inizia con una laurea triennale in Scienze Biologiche, Scienze Naturali o Scienze Ambientali.
A seguire, è possibile scegliere una laurea magistrale in Biologia Marina, Ecologia Marina o Scienze del Mare. Alcuni atenei offrono percorsi specifici che integrano discipline come l’oceanografia, la zoologia, la botanica marina o la gestione della biodiversità. Per chi desidera approfondire ancora, è possibile proseguire con un dottorato di ricerca o con corsi di specializzazione che includano strumenti tecnologici avanzati come la genetica ambientale. Dipende dalla specializzazione e dal contesto lavorativo. Le opportunità sono più ampie di quanto si pensi:

  • Ricerca scientifica: molti biologi marini lavorano in università o enti di ricerca. Studiano popolazioni animali, analizzano cambiamenti climatici, mappano fondali marini o monitorano specie a rischio.
  • Conservazione e tutela ambientale: si può lavorare con ONG, enti pubblici o parchi marini per proteggere habitat vulnerabili, organizzare campagne di sensibilizzazione o realizzare piani di gestione delle risorse ittiche.
  • Acquari e musei scientifici: qui i biologi si occupano della cura degli animali, dell’allestimento educativo delle mostre e della formazione del pubblico.
  • Educazione ambientale: attraverso laboratori, visite guidate, materiali didattici e progetti scolastici, il biologo marino può diventare un punto di riferimento per la divulgazione scientifica.
  • Consulenze per aziende o enti pubblici: in ambito marino, molte aziende richiedono valutazioni d’impatto ambientale o studi sulla qualità delle acque.
  • Giornalismo scientifico e comunicazione: con competenze trasversali, alcuni biologi si dedicano a raccontare il mare attraverso libri, articoli, video o canali social.

Essere biologo marino significa spesso lavorare in equilibrio tra la tecnologia e la natura, tra il microscopio e il batiscafo, tra il laboratorio e le onde. Ma soprattutto significa sentire ogni giorno la responsabilità di proteggere uno dei beni più preziosi del nostro pianeta: il mare.

Oggi più che mai, il lavoro del biologo marino non si limita alla raccolta di dati o alla scoperta di nuove specie. In un mondo in cui l’oceano è sotto pressione – tra inquinamento, pesca intensiva, cambiamenti climatici e perdita di biodiversità – questi professionisti sono anche sentinelle del mare. Essere biologo marino significa assumersi una responsabilità etica e sociale: dare voce a ecosistemi che non possono parlare, proteggere ciò che non si vede, raccontare storie di equilibrio e fragilità con un linguaggio comprensibile a tutti.

È un ruolo che richiede rigore scientifico, ma anche empatia e capacità di dialogo con istituzioni, comunità locali e cittadini. Per chi sogna un futuro blu, fatto di ricerca, meraviglia e impegno, la biologia marina dunque è più di una carriera: è una scelta di vita.

Dott.ssa Maria Grandinetti
Biologa

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Il CESRAM alla University Maritime Platform Conference 2025: ricerca, innovazione e collaborazione per la sostenibilità marina

Dal 7 al 9 maggio 2025 il CESRAM ha partecipato con entusiasmo alla University Maritime Platform Conference 2025 dal titolo “Innovation in Marine & Maritime Sustainable Developments: Research and Applications”, svoltasi presso l’Università di Malta. L’evento ha rappresentato un’importante occasione di confronto internazionale tra enti di ricerca, università, istituzioni e imprese impegnate nello studio e nella salvaguardia dell’ambiente marino e marittimo.

Un evento di rilevanza internazionale

La conferenza ha riunito esperti provenienti da tutto il mondo, affrontando temi cruciali per il futuro dei nostri mari: sostenibilità ambientale, digitalizzazione dei processi marittimi, cambiamento climatico, biodiversità marina e innovazione tecnologica applicata al settore. In questo contesto, la partecipazione del CESRAM si è inserita nel quadro di una sempre più forte sinergia tra ricerca scientifica e applicazioni pratiche a beneficio delle comunità costiere e dell’ambiente marino.

I contributi scientifici del CESRAM

Nel corso dell’evento, il CESRAM ha presentato una serie di poster scientifici, frutto di una proficua collaborazione con partner nazionali e internazionali, tra cui TEA Engineering Srl e l’Università di Malta. I poster hanno illustrato progetti di ricerca innovativi e multidisciplinari, nello specifico:

  • An innovative educational and environmental project toward improving societal governance through knowledge sharing with youths
  • Cetaceans and marine macro-litter in Calabrian Ionian Sea (Central Eastern Mediterranean): Applying conservation research
  • A preliminary study to enhance predictive modelling of cetacean-habitat
  • Educational monitoring in Calabrian Ionian Sea (Central Eastern Mediterranean): Citizen science in maritime traffic assessments
  • Interactive virtual technology applied to represent the future effects of climate change in the Gulf of Squillace, Calabrian Ionian Sea (Central Eastern Mediterranean)
  • First assessments on marine geomorphology and biocolonization through the study and survey of some wrecks sunk along the Albanian coast

Un sentito ringraziamento va a tutti gli organizzatori e in particolare alla Prof.ssa Adriana Vella dell’Università di Malta per la sua instancabile dedizione, professionalità e passione, che hanno reso possibile una conferenza di grande impatto, creando un contesto ricco di stimoli e di opportunità di confronto.

Uno sguardo al futuro

La partecipazione alla UMP Conference 2025 ha rappresentato per il CESRAM un momento di altissima formazione e anche l’occasione per rafforzare collaborazioni internazionali e avviare nuove sinergie, orientate alla ricerca applicata e alla formazione interdisciplinare.

Il nostro impegno per la tutela dell’ambiente marino e lo sviluppo sostenibile del territorio continua con passione e determinazione.

Dott.ssa Maria Assunta Menniti
Biologa

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Come si sono evoluti i cetacei: dalla terra ferma all’acqua

Siamo nel cuore dell’Eocene, circa 50 milioni di anni fa. La Terra è calda, umida, le foreste tropicali si estendono rigogliose fin quasi ai Poli e i mammiferi iniziano a prendere il posto dei grandi rettili. In questo scenario, districandosi tra le foreste di mangrovie delle lussureggianti aree fluviali dell’Asia meridionale, è possibile incontrare un piccolo quadrupede con arti robusti, cranio allungato e denti aguzzi: il Pakicetus, quello che noi oggi riconosciamo come il primo cetaceo mai esistito sul nostro pianeta.

Domandarsi come un piccolo mammifero terrestre, non più grande di un lupo, possa essere l’antenato diretto di alcuni tra gli animali marini più imponenti mai apparsi sul nostro pianeta, apre le porte a una delle storie evolutive più affascinanti del regno animale.
La storia del Pakicetus è, in un certo senso, un ritorno alle origini: un ritorno all’acqua dove tutto è iniziato. La forte pressione ecologica, la competizione con altre specie e la sua già evidente affinità con l’ambiente acquatico (trattandosi di un cacciatore fluviale) spinsero questo animale a rifugiarsi in acqua dove trovò cibo in abbondanza e riparo. Con il tempo, da quello che era un mammifero terrestre, si arrivò a un esemplare più adatto alla vita acquatica che alla terra ferma.
La selezione naturale premiò via via quei tratti anfibi che miglioravano l’efficienza nel nuoto e la permanenza in acqua. Gli arti posteriori iniziarono a ridursi, mentre la coda divenne il principale strumento di propulsione. Il corpo si allungò, diventando più idrodinamico. Parallelamente, l’udito si adattò all’ambiente acquatico, con modifiche nel cranio e nella struttura dell’orecchio interno, mentre le narici si spostarono progressivamente verso la sommità del capo, evolvendosi nello sfiatatoio.

Il vero punto di svolta avvenne intorno a 40 milioni di anni fa con la comparsa dei primi cetacei completamente acquatici, come Basilosaurus e Dorudon, più simili a pesci che a un qualsiasi altro mammifero. Le narici si erano ormai evolute per rendere più agevole la respirazione in superficie. Le zampe anteriori, invece, erano diventate vere e proprie pinne, mantenendo però al loro interno una struttura ossea che rimandava (e rimanda tuttora nei cetacei odierni) alla zampa di un mammifero terrestre.

Fu solo circa 25 milioni di anni fa, tuttavia, che l’evoluzione dei cetacei prese due strade distinte: da un lato gli odontoceti, cetacei dotati di denti, come delfini e capodogli; dall’altro i misticeti, che svilupparono fanoni per filtrare plancton e piccoli organismi, come le grandi balene.
Fu proprio da questo evento che iniziarono a “prendere forma” i mammiferi che oggi conosciamo.
Ma l’evoluzione non si è fermata. Anche oggi, i cetacei devono affrontare nuove sfide: cambiamenti climatici, inquinamento degli oceani e riduzione delle prede stanno trasformando gli ecosistemi marini e, in un ambiente in costante mutamento, adattarsi resta l’unica chiave per sopravvivere.

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