Secondo Esiodo, Oceano fu un Titano dall’inesauribile potenza generatrice. Dopo aver dato vita a tutto e chiunque, continuò a scorrere entro i margini della Terra, rifluendo in sé stesso in un moto perpetuo. Al tempo, che il figlio del Cielo e della Terra potesse essere messo in ginocchio dalla natura umana non era di certo concepibile. Eppure, oggi, questo è quanto si racconterebbe.
Da quando si è imposto come “dominatore” del pianeta, non esiste ecosistema che non abbia subìto l’impatto dell’Homo sapiens.
Quella che dovrebbe essere una logica simbiosi tra essere umano e natura, vede quest’ultima pagarne le conseguenze. Il drammatico resoconto non risparmia gli oceani e i suoi abitanti. Secondo il WWF e la Commissione Internazionale per la Caccia alle Balene (IWC), almeno 300.000 cetacei vengono uccisi accidentalmente ogni anno durante le attività di pesca, a cui si aggiungono le oltre 100.000 uccisioni volontarie per il consumo umano.
La mortalità diretta di questi animali dovuta alla pesca, alle collisioni con le imbarcazioni o ancora alla presenza delle cosiddette “reti fantasma”, che intrappolano spesso mortalmente questi esemplari, rappresenta soltanto la punta dell’iceberg.
La Rivoluzione Industriale ha segnato un cambiamento epocale e l’inizio di una serie di eventi le cui conseguenze, forse, sono emerse troppo tardi. Le acque marine sono sempre più inquinate da microplastiche, metalli pesanti e sostanze chimiche tossiche che si accumulano nella catena alimentare con al vertice proprio i cetacei, provocando danni al sistema immunitario e disturbi ormonali. Questo inquinamento, dunque, diventa la causa dell’aumento della mortalità per malattie e della drastica diminuzione della capacità riproduttiva di questi animali: secondo uno studio pubblicato nel 2018, i livelli di alcune sostanze tossiche nei cetacei del Nord Atlantico potrebbero ridurre le nascite del 50% (Desforges et al., 2018).
L’effetto domino innescato dall’irresponsabile attività antropica, tuttavia, non si esaurisce con la cattura dei grandi cetacei e l’avvelenamento delle acque. Nel mondo sommerso, il suono rappresenta un fattore di vitale importanza per questi mammiferi, essendo alla base della comunicazione, dell’orientamento e della predazione. Tuttavia, i sonar militari, l’esplorazione petrolifera e il traffico navale creano un vero e proprio rumore di fondo, rendendo gli oceani sempre più caotici. Questi suoni mascherano i richiami tra individui, ostacolandone la comunicazione e la navigazione. L’inquinamento acustico, a seconda dell’intensità e della durata dell’esposizione, può indurre risposte fisiologiche e comportamentali di stress, interferire con i meccanismi di ecolocalizzazione e comunicazione, ridurre l’efficienza nella ricerca del cibo e, in casi estremi, causare episodi di spiaggiamento.
Ecco perché, anche se i dati sulle morti dirette sono già allarmanti, il vero impatto delle attività umane sulle popolazioni di cetacei è ancora più grave e profondo: molte specie oggi sopravvivono in uno stato di “stress ecologico cronico” che ne compromette la sopravvivenza e la capacità di ripresa.
Dott. Fortunato Malta
Biotecnologo

